Gianni Caputo: l’arte incomparabile e preziosa di saper valorizzare i versi

GIANNI CAPUTO

Gianni Caputo nasce a Napoli, nel 1961.

È la sua città, col suo humus vitale, variopinto che dona a Gianni i primi stimoli, quelle ispirazioni che solo Napoli, con la sua aria unica, con la sua umanità, sa dare. E lui, così, sente che è proprio recitare la sua aspirazione.

Si forma, come attore, alla Scuola del Teatro Elicantropo, sotto la regia artistica di Carlo Cerciello, da lui riconosciuto senza dubbio come il suo maestro.

Da allora, e per più di trenta anni, la vita di Gianni Caputo trascorre sul palcoscenico, con registi come Cerciello, a cui seguono Walter Manfrè, Mario Brancaccio, Giuseppe Sollazzo, Corrado Taranto, Guglielmo Guidi, Guglielmo Marino, Carlo Damasco, Nello Mallardo, Marco Sgamato, Antonio Gargiulo.

Nel particolare l’elenco delle produzioni teatrali a cui Gianni Caputo partecipa è lunghissimo. Cito solo alcuni titoli.

•1992 La burla di Don Fausto, regia di Corrado Taranto • 1993 L’opera d’e’ muort’e’ famma, regia di Carlo Cerciello • 1994 Gennareniello, regia di Guglielmo Guidi • 1994 Rispettabilissimo pubblico, regia di Guglielmo Guidi • 1995 Tommaso Aniello, regia di Guglielmo Guidi • 1996 La locanda del gufo, regia di Arnolfo Petri • 1996 Senza trombe né tamburi, regia di Giuseppe Sollazzo • 1997 Jamaa el fna, regia di Carlo Damasco • 1997 Cani e gatte, regia di Marcello Caccavale • 1998 Na’ santarella, regia di Mario Brancaccio • 1998 Cyrano, regia di Guglielmo Marino • 1998 Don Pascà passa a’ vacca, regia di Mario Brancaccio • 1998 A’ cantata d’e’ pasture, regia di Michele Del Grosso • 1999 E’ nepute d’o’ sinneco, regia di Mario Brancaccio • 2000 All’ombra del Campanile, regia di Guglielmo Marino • 2001 La fortuna con la Effe maiuscola, regia di Mario Brancaccio • 2001 Il letto ovale, regia di Guglielmo Marino • 2002 O’ miedeco d’e’ pazze, regia di Mario Brancaccio • 2002 Chi ti ha detto che eri nudo?, regia di Guglielmo Marino • 2003 Taxi a due piazze, regia di Guglielmo Marino • 2004 L’arte della Commedia, regia di Guglielmo Marino • 2005 Napoli Milionaria, regia di Mario Brancaccio • 2006 I giganti della montagna, regia di Guglielmo Marino 2008 La rivolta degli angeli, regia di Carlo Cerciello 2009 La confessione, regia di Walter Manfrè • 2012 Studio per una messinscena, supervisione artistica di Carlo Cerciello • 2012 C’era una volta il ’68, regia di Carlo Cerciello • 2013 Ciò che non ti uccide ti rende più forte, regia di Giuseppe Sollazzo • 2014 Variazioni Enigmatiche, regia di Aniello Mallardo • 2015 L’amour fou, regia di Marco Sgamato.

In televisione lo si vede solo in due grandi fiction: La squadra e Un posto al sole, in varie edizioni, dal 1997 al 2014, ed in ruoli differenti.

Poco cinema, ma di qualità, e diversi cortometraggi.

Come film: •2011 L’ERA LEGALE regia di Enrico Caria, nel ruolo di “Anchor man ” della TV Locale .2016 ERA GIOVANE E AVEVA GLI OCCHI CHIARI, regia di Giovanni Mazzitelli nel ruolo del padre del protagonista.  Come cortometraggi: •2010 KRISIS, regia di Nazareno Nicoletti, ruolo di co-protagonista •2011 RANJANI, regia di Nazareno Nicoletti, ruolo di co-protagonista •2011 IL TEMA, regia di Ivan Germano, ruolo di co-protagonista . 2015 IN CALCE, regia di Sabrina Coppola – ruolo del protagonista

Poi, ancora, tanto lavoro come doppiatore e speaker: 2011, 2014 e 2015 Gianni Caputo presta la propria voce in RAI per alcuni reportage e documentari delle reti digitali RaiEducational e Rai Scuola •2011 Partecipa al doppiaggio del videogioco “Darkness Within 2” interpretando il co-protagonista Loath Nolder – presso gli studi di “Suoni e Visioni”.

Gianni Caputo tende, come ogni bravo professionista, a migliorarsi sempre e a curare tanto, ancora oggi, la sua formazione di attore, grazie ad insegnanti di valore quali Renato Carpentieri, Filippo Dini e Fausto Russo Alesi.

Già da molti anni Gianni Caputo ha dedicato due canali su YouTube alla lettura di poesie di tutto il mondo e di tutti i tempi. Sono, quindi, poesie napoletane, certo, ma anche classici della Letteratura nazionale ed estera. Ed è in questo contesto che ho potuto conoscere e stimare la bravura e il talento di Gianni Caputo: la sua voce vibrante, chiara, il suo porgere ogni strofa con eleganza, delicatezza: non si può non amarlo.

Ho scritto, parlando di Achille Millo, che era insostituibile, e questo è certo, perché ogni attore ha la sua personalità ed il suo stile, che lo rende unico; ma, se debbo pensare ad un degno erede della tradizione, una persona che ha raccolto il testimone di Achille Millo, così come quello dei fratelli Giuffrè, non ho dubbi: è Gianni Caputo che ha voluto farsi carico di questa dolce incombenza. Lui, e nessun altro.

Vi sono, senza dubbio, attori di teatro e di cinema molto bravi, attori che ammiro e che hanno vinto Oscar e David di Donatello, specie a Napoli: ma il loro stile è tagliato proprio per quelle particolari performance, rifacendosi ad un approccio col testo alla Strasberg, ricalcando, giustamente, degli stilemi internazionali, come, ad esempio, può esserlo quello dato da un Anthony Hopkins. Qui, invece, si parla di recitazione classica, di interpretazione pura. E, intendiamoci, non è che Gianni non sia in grado di rifare le stesse cose di quelli di cui ho appena parlato, attore completo e versatile quale egli è. È solo che, ritengo, egli abbia, proprio per questa ragione, maturato un bagaglio di esperienze tali da consentirgli di cimentarsi con ogni taglio, ogni tipologia, sia attuale che nella tradizione.

Sei tu, Gianni, con la tua dolcezza, con la tua solarità che sai sempre regalare un momento di benessere ed anche di meditazione a chi ti ascolta.  Non sono un addetto ai lavori, ma, con tanta modestia, vorrei dirti di tenere da conto il solco tracciato da Achille Millo e da quelli come lui: sono in pochi, credimi, a essere in grado, come te, di recitare come lo sapeva quel grande attore. E per me è una cosa davvero preziosa e insostituibile.

[Fonte di documentazione principale: pagina ufficiale di Gianni Caputo]

(Il disegno a corredo del post è una creazione dell’autore)

Fausto Cigliano: una chitarra ed una voce che sanno suscitare sentimenti profondi

FAUSTO CIGLIANO

Fausto Cigliano nasce a Napoli, il 15 febbraio del 1937.

Penultimo di sette fratelli, suo padre è comandante dei Vigili Urbani. Fin da bambino egli dimostra una passione per la musica ed il canto, come del resto altri quattro dei suoi fratelli. Intraprende gli studi di ragioneria ed è in questo periodo che un suo compagno di scuola gli regala la sua prima chitarra. Studierà musica da solo ed imparerà a suonare la chitarra da autodidatta.

Fa, quindi, il suo debutto nell’orchestra di Lello Greco, un gruppo musicale che predilige le melodie lente partenopee del dopoguerra. Con questa compagine musicale registra un enorme successo in un grande Hotel di Ischia, nel 1955, e, stimolato da questa affermazione, partecipa ad un provino della RAI di Napoli, superandolo brillantemente. Da quel momento Fausto Cigliano comincia a partecipare a diverse trasmissioni, sia radiofoniche che televisive. Nel 1956 approda al celebre Festival di Napoli, in qualità di cantante-chitarrista che, unitamente ad altri suoi colleghi, ripropone, per le giurie, i motivi che si sono esibiti nella gara canora, esperienza che si ripete l’anno seguente.

Nel 1958 partecipa al Festival di Vibo Valentia, dove si classifica quarto con la canzone “Che sogno”, ed ancora nel 1959 con una canzone scritta dallo stesso Cigliano che arriva al secondo posto: “Baciatemi”.

Nel 1959 partecipa al Festival di Napoli e lo vince, con la canzone Sarrà chi sa?

Negli stessi anni 50 è anche attore in qualche film: Classe di ferro, diretto da Turi Vasile, Guardia, ladro e cameriera, diretto da Steno, Ragazzi della Marina, di De Robertis, e Cerasella, di Matarazzo.

Partecipa come interprete al Festival di Sanremo, dal 1959 al 1962. Vi ritorna dopo due anni di assenza, nel 1964, cantando il brano E se domani, che verrà, poi, riproposto con successo da MIna.

Nel 1961 partecipa al Giugno della Canzone Napoletana.

Nel 1967 conduce un programma di notevole successo per la TV dei ragazzi intitolato Chitarra Club. Nel 1973 è fra i musicisti della manifestazione Piedigrotta: Le nuove Canzoni di Napoli. Nel 1974 partecipa a Canzonissima, arrivando in semifinale nel girone folk con la canzone Nella mia città.

Cigliano è autore di canzoni quali Ossessione ’70Napule miaVentata novaScena muta.

Fausto Cigliano viene scelto anche per interpretare la musica per un telefilm giapponese, “Akai Meiro” nel 1974: la canzone è la traduzione del celebre brano “Adesso si”, di Sergio Endrigo.

Dal 1977 al 1987 uno sceneggiato poliziesco diviene il più seguito dal pubblico televisivo giapponese: un successo che potremmo paragonare a quello che per noi è stata La Piovra. Il titolo della fiction è “Tokusou Saizensen” e Fausto Cigliano compone la sigla finale di questo telefilm (Watashi dake no juujika, ossia “La mia croce”) cantandola, anche, durante una puntata del film televisivo. Il pubblico nipponico impara, in tal modo, a conoscere Cigliano e ne apprezza grandemente la bravura: il musicista napoletano diviene, così, meritatamente, un vero e proprio idolo per i giapponesi.

Nel 1992 compone la colonna sonora dello sceneggiato in 60 puntate Camilla.

Ha partecipato, eseguendo musiche proprie per sola chitarra, al film Identificazione di una donna, di Michelangelo Antonioni.

Nel 1999 pubblica il CD Teatro nella canzone napoletana, che raccoglie 13 canzoni di notissimi artisti teatrali, fra i quali Totò, Pupella Maggio, Eduardo e Peppino De Filippo, Angela Pagano, Raffaele Viviani, Nino Taranto. Per l’esecuzione di questi pezzi egli viene affiancato dal Maestro Mario Gangi, con il quale egli ha creato un sodalizio musicale dopo essere stato suo allievo, mentre si perfezionava nello studio della chitarra classica.

Nel 2002 incide il CD …e adesso slow!, reinterpretando, a suo modo, tradotti in napoletano, alcuni classici americani degli anni ’40 e ’50, all’epoca portati al successo da Nat King Cole.

Nel 2004 pubblica la raccolta musicale L’oro di Napoli, i quali sono classici napoletani con qualche omaggio ad autori contemporanei: brani come Carmela di Sergio Bruni, o ‘A città ‘e Pulecenella di Claudio Mattone. Sempre nel 2004 riceve il Premio Nazionale Anselmo Mattei, premio di arte, cultura e spettacolo che si tiene a San Salvatore Telesino, nel Sannio. Nel 2008, a Bagnara Calabra, riceve un riconoscimento tanto raro quanto prezioso, perché premia solo gli artisti più bravi che si sono distinti nella loro carriera: si tratta del Premio Mia Martini, che si tiene proprio nel paese natale dell’indimenticabile Mimì.

Il regista e attore statunitense, di origini italiane, John Turturro, decide di girare, nel 2010, a Napoli un film, Passione, che ne celebri la musica e lo spirito, la sua storia, la sua vita. Fra tutti i musicisti ed anche gli attori che Turturro sceglie per omaggiare Napoli vi è anche Fausto Cigliano, il quale canta il classico “Catarì”, sullo sfondo della cappella del Pio Monte della Misericordia.

Il 13 luglio del 2015 il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, per celebrare i 60 anni di carriera di Fausto Cigliano, premia con la medaglia della città e una targa il grande musicista ed interprete come «segno di profonda stima e ammirazione per il suo ruolo di ambasciatore della musica napoletana nel mondo».

Nel 2017 a Fausto Cigliano viene offerto uno special tutto suo nell’ambito del programma “MilleVoci”, evento che viene condiviso a livello nazionale ed all’estero, grazie alla piattaforma satellitare SKY.

Questo special, ed anche tante altre performance dell’intramontabile Fausto Cigliano, sono visibili sul suo canale ufficiale di YouTube.

Sono cresciuto con i programmi di Fausto Cigliano, come “Chitarra Club”, che vedevo nella TV dei ragazzi. Se, una volta cresciuto, ho sviluppato un amore profondo per la chitarra classica lo devo a lui: Fausto Cigliano, che ricordo ancora diteggiare con delicatezza la melodia struggente di “Giochi proibiti”. Io, che scrivo, riconosco di non essere mai riuscito ad arrivare al di là di qualche semplice accordo, ma la passione che ho nel cuore non muore, nonostante tutto, e confesso che mi diletto ancora a suonare qualcosa. Così come, ancora oggi mi incanto ad ascoltare Fausto Cigliano: mi incanto a vederlo suonare, lui che lo fa con una tale naturalezza da far parere che sia la cosa più facile del mondo (e so che non lo è), intonando canti antichi e nuovi con la sua voce dolce, pastosa, accorata.

Vi è stata una occasione nella quale due personaggi per me tanto importanti si sono uniti, in un connubio irripetibile di musica e poesia: Achille Millo e Fausto Cigliano. Non credo che vi potrà mai essere nulla di eguale.

Vi è un video, su YouTube, nel quale Fausto Cigliano canta la sigla dello sceneggiato televisivo giapponese che lo ha reso celebre in quel paese. La canta in un grande studio, senza pubblico, guardato solo da chi sta registrando il pezzo. Fra questi una ragazza che ascolta ed ammira, con sguardo sognante, la bella e snella figura di Fausto Cigliano che canta una melodia malinconica, evocativa, traendo dalla sua chitarra le note più belle.

Fausto Cigliano: mi riesce difficile, vedi, non dimostrarti tutta la mia ammirazione. Ed è una ammirazione che non finirà mai.

 

[Fonte principale per la redazione del post: Wikipedia; altra fonte usata: http://www.ildiscobolo.net/CIGLIANO%20FAUSTO%20HOME.htm ]

 

(L’immagine è una creazione dell’autore del post)

 

Achille Millo: l’uomo delle poesie

 

ACHILLE MILLO

Achille Millo (il cui vero nome era Achille Scognamillo) nacque a Napoli, il 25 ottobre del 1922.

Abbandonò gli studi di medicina per seguire la sua vera aspirazione: fare teatro. Fece, quindi, la sua gavetta a Napoli, la sua città, debuttando sul palcoscenico nel 1945, con la Compagnia De Sica – Gioi – Stoppa – Cortese , nel dramma Catene, per la regia di Ettore Giannini. Lo stesso anno si rivelò come protagonista maschile in Frenesia, affiancando la sua insegnante, Wanda Capodaglio.

Lavorò, in seguito, con la Compagnia Pagnani -Ninchi, la Compagnia dell’IDI, e la Ricci – Magni.

Nel 1947-48 ebbe il suo primo grande successo con N.N. di Leopoldo Trieste.

Per Achille Millo Eduardo De Filippo scrisse, nel 1957, il lavoro teatrale De Pretore Vincenzo, la cui prima rappresentazione registrò un grande successo, ma che fu caratterizzata anche da qualche episodio di censura bigotta. Dopo Eduardo, Millo lavorò con Vittorio De Sica.

Era un attore che aveva un temperamento deciso, molto fiducioso delle sue capacità professionali ed anche in grado di ricoprire mille ruoli diversi.

Per quel che riguarda il cinema l’unico film che interpretò, degno di nota, fu la pellicola di culto Carosello Napoletano, del 1953.

Fu, tuttavia, il nuovo mezzo televisivo a regalargli molte soddisfazioni dal punto di vista professionale.

Tra i suoi lavori più importanti ricordiamo Questa mia donna (1958), L’esca (1958), Il borghese gentiluomo (1959).

Recitò, anche, nelle riduzioni per il piccolo schermo de L’Alfiere (1956), Il sogno dello zio (1956), Tessa la ninfa fedele (1957), I miserabili (1964), Il Conte di Montecristo (1966) e Il Marchese di Roccaverdina (1972). Condusse anche, con la cantane soubrette Milly, alcuni programmi televisivi che ricordavano, attraverso musica, canzoni e poesia, i periodi storici a cavallo fra le due guerre. Da questa esperienza insieme nacque anche un recital teatrale, intitolato L’amore e la guerra,

Ma, forse anche più della televisione, fu la radio a donargli una grande popolarità. Millo vinse, infatti, una gara di attori come miglior lettore di Dante, nel 1965, e, di conseguenza, incise 28 canti della Divina Commedia. In radio fu il mattatore di ben 300 trasmissioni dedicate alla poesia (Poesia nel mondo, nel 1969), cui si aggiunsero quelle di radioteatro , fra le quali L’ereditiera di Ruth e Augustus Goetz, con Renzo Ricci ed Eva Magni, nel 1951, e Il mattatoio di Pressburger, nel 1967. Rimane, nel ricordo di molti, la sua conduzione di svariate rubriche radiofoniche, fra le quali, indimenticabile, Voi ed io, del 1971.

Insieme con Antonio Ghirelli scrisse lo spettacolo teatrale Io, Raffaele Viviani, del quale curò anche la regia, interpretandolo accanto a sua moglie, Marina Pagano, ed Antonio Casagrande e Franco Acampora. Io, Raffaele Viviani andò in scena la prima volta nel 1970 e fu poi ripreso molte volte, inclusa una memorabile edizione nel 1979 al Metropolitan di New York.

Achille Millo morì a Roma, il 18 ottobre del 2006.

Aveva una voce profondamente evocativa, Achille Millo, tanto che per i suoi concittadini di Napoli, ma anche per una gran parte del pubblico che lo ammirava, egli divenne, per un lungo periodo di tempo “l’uomo delle poesie”. Ero fra coloro che lo seguiva assiduamente nella conduzione del programma radiofonico Voi ed io, e di quel periodo conservo un ricordo vivo ed indelebile.

Fu il primo De Pretore Vincenzo: Millo fu il suo volto, incarnò il suo spirito, così innegabilmente partenopeo, di scugnizzo che si è sempre arrangiato per campare, ma che non vorrebbe mai togliere a chi ha bisogno, per quel senso disarmante di umanità che ha sempre caratterizzato tutti i napoletani, e che ora si è quasi del tutto perso.

Ancora oggi, quando ascolto dei versi letti da Achille Millo, non posso fare a meno di provare lo stesso immutabile sentimento di allora: un sentimento che ispirava emozioni intense, calde, proposte da un attore vero e insostituibile.

[Fonte per la redazione del post: Wikipedia]

 

(L’illustrazione è una creazione grafica dell’autore)

Carlo Lima: un professionista di grande talento che passò dal Teatro con Eduardo al canto lirico negli Stati Uniti

carlolima

Carlo Lima (Napoli 8 maggio 1935 – 25 febbraio 2018) era il nipote del famoso tenore napoletano Alfredo Vernetti. Fu uno dei più noti e amati attori Eduardiani. Lo stesso Eduardo notò e riconobbe, sin da subito, le sue spiccate doti artistiche. E’ stato un attore dall’intensa espressività, sostenuta da talento e bravura che lo hanno accompagnato per l’intera sua brillante carriera, valendogli una celebrità che è ricordata tutt’ora. La sua passione per il teatro è iniziata dalla prima adolescenza; tuttavia il padre, molto severo, non voleva che suo figlio intraprendesse la carriera di attore; per questo motivo il giovane Lima dovette farsi strada da se e senza l’appoggio della sua famiglia. Ebbe un’adolescenza dura e piena di sacrifici e iniziò a lavorare come garzone nel giornale “Il Mattino” di Napoli. L’incontro con Eduardo, ricercato con tenacia e ammirazione, ebbe, infine, luogo grazie all’attore ecclettico Pietro Carloni, che più di tutti intuì il suo talento e lo presentò al “direttore” Eduardo (per la biografia di Eduardo su questo sito potete consultare questo link   https://nelmeridione.wordpress.com/2014/10/25/trentanni-dalla-scomparsa-di-eduardo-ma-il-suo-cuore-batte-ancora/  ). De Filippo lo accolse subito nella sua Compagnia “La Scarpettiana” facendogli interpretare i ruoli più significativi da attor giovane. Sono tante le commedie di Eduardo in cui figura Carlo Lima: in “Napoli milionaria” nel ruolo del giovane Amedeo; in “Filumena Marturano” nel ruolo di uno dei tre figli di Filumena a fianco di celebri attori come Antonio Casagrande e Gennaro Palumbo. In “Ditegli sempre di si” interpreterà Ettore De Stefani, l’amico del protagonista; in “Non ti pago” nel ruolo di Mario Bertolini; “Chi è cchiù felice è me” nel ruolo di Enrico; in “Peppino Girella” nel ruolo di Amerigo Paternò, sceneggiato televisivo in sei puntate, scritto dallo stesso Eduardo insieme ad Isabella Quarantotti, andato in onda sulla RAI nel 1963 con un cast di attori eccezionali (oltre ad Eduardo ricordiamo Giuliana Loiodice, Angela Luce, Luisa Conte, Ugo D’Alessio, Enzo Cannavale, Clara Bindi, Carlo Romano e tanti altri attori d’eccezione). Lo ricordiamo inoltre in: “L’abito nuovo”; “La grande magia”; Il Sindaco del rione Sanità”; “Natale in casa Cupiello”; ed altro ancora.  Nei tanti ruoli interpretati da Carlo Lima, si può notare una forte connotazione attoriale dettata anche dal suo essere tipicamente napoletano in scena e fuori. Questa sua spiccata personalità gli dette la possibilità di interpretare, con naturalezza, ruoli eduardiani dai risvolti spesso tragici. Una delle sue memorabili interpretazioni la possiamo riscontrare nel ruolo di Amedeo in “Napoli milionaria”, con la carica emotiva forte e tragica del giovane sbandato, alle prese con le distruzioni morali e materiali che aveva lasciato la guerra. Anche nel ruolo centrale di Mario Bertolini in “Non ti pago”, emergono le sue interessanti capacità interpretative dalle molteplici sfaccettature. Carlo Lima ricopre questo ruolo con estrema sapienza e bravura. Eduardo fu per lui un importante maestro che riuscì a far emergere le sue straordinarie doti artistiche, dandogli la possibilità di intraprendere un’ottima carriera, sia teatrale che cinematografica. Ma fu grazie anche alla sua indiscutibile bravura e caparbietà che Carlo Lima riuscì a farsi notare come attore, seppure con tutte le dovute difficoltà. Lavorare per molti anni a fianco di Eduardo, uno dei più grandi interpreti del teatro italiano, non fu assolutamente una cosa semplice e priva di sacrifici da parte di Carlo Lima. La sua carriera di attore s’interruppe improvvisamente, verso la fine degli anni ’60, nel pieno della sua popolarità. Il suo ultimo lavoro teatrale con Eduardo fu, appunto, “Peppino Girella”, mentre la sua ultima apparizione televisiva risale allo sceneggiato “Le inchieste del commissario Maigret”, interpretato da Gino Cervi, ove Carlo Lima si cimenta nel ruolo di centralinista. Carlo Lima si era sposato nel 1960 con la soubrette americana Maria Delgais dalla quale ebbe, nel 1961 una figlia, Valentina. La moglie, cittadina statunitense, non volle più restare in Italia e si trasferì in America con la figlia. Carlo, per rimanere accanto alla sua adorata Valentina, nel 1966 si trasferì negli Stati Uniti, abbandonando la splendente carriera che stava ottenendo con Eduardo. Ma anche negli Stati Uniti continuò il suo percorso artistico diventando un apprezzato tenore con il nome d’arte di Giancarlo Lima e dando vita ad un interessante repertorio canoro che va da Giuseppe Verdi a Ernesto de Curtis, da Agustin Lara a Capurro – Di Capua, regalando, così, ancora emozioni e sorrisi ai suoi spettatori.

Tutta la documentazione relativa a Carlo Lima andò distrutta nell’incendio della sua abitazione, avvenuta qualche anno prima della sua scomparsa. La biografia che leggete, e che si può trovare anche su un canale dedicato di YouTube, racchiude tutte le informazioni reperite in seno alla famiglia ed è stata curata, con estrema precisione ed ammirevole dedizione, dal Signor Bruno Campese, che ringrazio ufficialmente per la sua collaborazione e che ha, di conseguenza tutti i diritti sulla redazione di questa biografia che qui pubblico. Grazie Signor Campese.

[L’immagine è una interpretazione resa col disegno dell’immagine di Carlo Lima, e come tale i diritti della creazione appartengono all’autore]

ABC, Aria Bene Comune, all’interno della giornata del LINUX DAY di Taranto, densa di novità nel campo informatico

copertina

Dalla mattina alle 09.00 fino alla sera alle 19.00 ho fatto, come molti, una immersione totale nel pianeta dell’informatica. È quello che è accaduto sabato, 26 ottobre, presso la Sala Lacaita, all’interno del Palazzo della Provincia di Taranto che ospitava la giornata jonica del LINUX DAY.

L’informatica è lontana dal mio mondo, lo ammetto: tuttavia, ascoltando i molti oratori che si sono susseguiti, mi sono appassionato agli argomenti che venivano trattati. Era un universo sconosciuto che, a me profano, consentiva uno scorcio su un futuro entusiasmante.

La presentazione della giornata JonixLUG è stata a cura di Dario Palanga. Il primo intervento è stato di Francesco Chirico, che ha parlato di tecnologia a supporto di soluzioni complesse e non. A Chirico ha fatto seguito, a ruota, Elena Prella, la quale ha incentrato il suo contributo sulla forza della condivisione. Il giovane informatico Antonio Pastorelli ha, invece, illustrato le tematiche della Artificial Intelligence e del Machine Learning. Ancora di Intelligenza artificiale applicata all’hack ed alla webcam, ha voluto dare un panorama interessante Vincenzo Quaranta. Tuttavia l’Intelligenza Artificiale copre davvero moltissimi campi, e a soffermarsi su Intelligenza Artificiale e privacy e dignità umana è stato, questa volta, l’informatico Giovanni Albore. Il discorso non si è interrotto, perché Fabio Casciabanca ha enucleato ancora un altro aspetto della IA: il MANBOT e l’antropizzazione della macchina con la reciproca influenza fra uomo e robot. Hanno chiuso gli interventi della mattina i fratelli Cosimo e Alessandro Chiffi, che hanno condiviso interessanti informazioni sul 3D Modeling e Stampa 3D.

MANBOT

La fase pomeridiana si è aperta con Francesco Chirico, il quale ha suscitato molta attenzione col suo argomento: Architettura e programmazione di “Alexa voice service” (un programma di interazione vocale fra uomo e macchina, in grado di fornire, se richiesto, informazioni di ogni tipo). Infine è giunto Francesco Piersoft Paolicelli: una personalità volitiva, con una conoscenza profonda della materia e soprattutto degli Open Data, che ha catturato il pubblico con la sua oratoria che sa essere divulgativa e profondamente professionale allo stesso tempo.

PAOLICELLI

A conclusione della serata è stato presentato, infine, il tanto atteso progetto ABC, Aria Bene Comune.

Fra il pubblico, numeroso e vivace, vi era una persona che stimo e che ha sostenuto con la sua associazione, Peacelink, questo progetto: il professor Alessandro Marescotti. Il professore stesso è intervenuto per dire quanto questo dispositivo sia importante. Importante non solo per i singoli, ma per la comunità, che potrà, così, avvalersi di un ritrovato nuovissimo della tecnologia e dell’informatica per appurare la qualità dell’aria nei nostri centri.

MARESCOTTI

Per questo blog che curo sono riuscito ad avere anche due interviste rilasciate da due persone preparatissime: Vincenzo Quaranta e Antonio Pastorelli. Eccole di seguito.

Vincenzo Quaranta è, fondamentalmente, un informatico. Nel caso specifico di questo incontro del LINUX DAY egli si presenta, anche, come sviluppatore. In quanto tale fa parte del team di sviluppo di una strumentazione per il rilevamento delle polveri sottili, il particolato PM 2.5 pm10.

QUARANTA

Vincenzo, trovo la vostra iniziativa encomiabile dal punto di vista dell’ambiente. Puoi parlarci, nel dettaglio, di questo dispositivo?

Questo è un impianto che abbiamo realizzato con lo Jonix Lug, un Linux User Group di Taranto di cui faccio parte, in collaborazione con varie realtà del territorio. Fra queste realtà la prima a darci il suo notevole apporto è stata Peacelink. Ci siamo avvalsi, per questo progetto, della collaborazione preziosa di Pier Soft Francesco Paolicelli: Francesco Paolicelli è un riferimento che conta tanto in questo ambito e che ci ha dato la possibilità di conoscere la realtà di Matera e degli Open Data in generale. Lui, a dire il vero, si occupa di Open Data da molto tempo; in particolare ci si è focalizzati su un progettino che lui aveva già studiato sin dal 2014, ossia il sensore e tutto quello che a questo è legato. Di conseguenza abbiamo preso in considerazione di operare a livello minimale, creando uno strumento che tutti potessero costruirsi ed installare da soli. Il congegno è completamente Open Source ed ha anche dei costi contenuti. L’apparecchiatura utilizza, tra l’altro, un sensore, che è l’SDS 011, che permette appunto la rilevazione di queste polveri, con particelle PM 2.5 e pm10. Con queste premesse, oggi 26 ottobre 2019, abbiamo voluto ospitare, all’interno del Linux Day, questo evento formativo e informativo riguardante il progetto di rilevamento delle polveri sottili, che abbiamo denominato Jonix Lug ABC, ossia Aria Bene Comune. Parallelamente nasce la necessità di creare una piccola rete civica di monitoraggio ambientale con questi obiettivi: dare modo all’utente di costruirsi questo apparato, libero di usarlo per le sue finalità e di rilevare ciò che gli interessa. Questo meccanismo accerta, semplicemente, quanto noi siamo esposti alle polveri, in un arco di tempo che copre l’intera giornata. È da precisare che, come già detto, il singolo lo può certo utilizzare, tranquillamente, per rilevare e monitorare per suo conto; purtuttavia può, anche, condividerlo con la sua comunità, rilasciando i dati di rilevamento del luogo in cui è stata installata la centralina. Questo fa sì che questo principio di condivisione possa essere il presupposto per realizzare una piccola rete di monitoraggio civico. Attraverso l’analisi di questi dati potremmo capire come salvaguardare la nostra salute: vedere come, in pratica, su tutto il territorio, l’aria che respiriamo abbia, o meno, dei punti di criticità.

Antonio Pastorelli è un giovane informatico, un ragazzo molto preparato che oggi ho avuto modo di conoscere nel corso di questo incontro del Linux Day. Antonio ha parlato, durante il suo intervento, di intelligenza artificiale un argomento che mi interessa particolarmente. Antonio mi ha, gentilmente, concesso una breve intervista.

Antonio, essendo gestore di molti blog mi sono trovato a dover affrontare l’elaborazione di testi complessi, che andavano riassunti, o tradotti. Oggi l’elaborazione dei testi è ancora una cosa così ardua per i computer, oppure i programmi di sono evoluti ed è possibile addirittura creare dei testi nuovi, rielaborarli e riassumerli?

Attualmente è possibile avere sia delle traduzioni automatiche nel contesto, un procedimento che si chiama machine translation, oppure trattare un testo che si presenti complicato da leggere o semplicemente troppo lungo. Affidandolo ad un algoritmo si può avere, sostanzialmente, un riassunto di quello che c’è scritto e i risultati sono anche abbastanza soddisfacenti. Per quel che riguarda la nomenclatura, in particolare, dei vari programmi disponibili non posso essere più preciso, poiché nel mio campo mi occupo dello studio dei modelli matematici, ossia gli algoritmi, che sono dietro questi programmi.

Ho visto film come “Artificial Intelligence”, che mi ha emozionato profondamente. Poi ho seguito anche dei documentari relativi a dei robot attuali, molto elaborati, i quali riescono a riprodurre le espressioni umane, che riescono a parlare, che interagiscono con l’uomo. Sarà possibile un domani, a tuo parere, avere dei robot che possano sostituire l’essere umano nelle sue molteplici attività, a confondersi, forse, con l’essere umano, come in qualche modo è stato predetto nei romanzi di Asimov?

Diciamo che la sostituzione completa potrebbe essere un po’ un problema; in ogni caso ci sono già i robot umanoidi che riescono a parlare, a svolgere dei compiti che normalmente svolge l’essere umano. Ovviamente siamo ancora un po’ lontani dal mondo descritto da Asimov. Potrebbe essere possibile come potrebbe non esserlo, dipende dai progressi che vengono fatti della ricerca nei vari ambiti multidisciplinari.

Ringrazio Vincenzo e Antonio per la loro cortesia e disponibilità. Ma con loro ringrazio tutti, ma proprio tutti coloro che hanno reso possibile questo evento.  Bravi, informatici jonici e del Sud, in generale: da voi ci si aspettano cose che possano cambiare qualcosa, molto nei nostri paesi, nelle nostre città. Si deve fornire un esempio positivo laddove manca, e voi siete un esempio profondamente positivo.

 

La filosofia di vita di Luciano De Crescenzo, ovvero il professor Bellavista

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Non ha mai espresso le sue opinioni in maniera vivace e sopra le righe, Luciano De Crescenzo, limitandosi a chiosare con pacatezza e ironia: lui incarnava la figura tipica del napoletano serafico, che sa prendere le cose con filosofia e saggezza, anche quelle più inattese e spiacevoli. E davvero la filosofia, nella sua esistenza, è stato un binomio inscindibile. Anche nell’ultimo giorno di vita egli ha saputo dare un esempio di riserbo e modestia.

Luciano De Crescenzo, nasce a Napoli il 18 agosto 1928. Dopo aver conseguito la laurea in ingegneria egli trova impiego presso la IBM Italia, dove rimane fino al 1976, quando pubblica il best seller “Così parlò Bellavista”.  “Così parlò Bellavista” è una raccolta di fatti ed aneddoti sulla sua città, Napoli, che arriva a vendere fino a 600.000 copie in tutta la nazione e che viene anche tradotto in molte lingue.

Nel corso degli anni Luciano De Crescenzo diviene un autore di successo internazionale. Nel 1980 debutta come attore ne “Il pap’occhio”, un film satirico, caratterizzato da un’ironia caustica nei confronti di una certa élite politica e culturale, ma principalmente sulla religione, che gli costa una feroce censura e notevoli ripercussioni legali.

Nel 1984 dirige l’adattamento cinematografico del suo libro di successo “Così parlò Bellavista”, dove interpreta anche il ruolo principale, quello del professor Bellavista; a questo segue “Il mistero di Bellavista” nel 1985.

Nel frattempo egli pubblica una lunga serie di libri, tra cui romanzi e volumi di divulgazione filosofica. Per il suo lavoro nel campo della filosofia greca egli riceve la cittadinanza onoraria di Atene nel 1994.

A partire dal 1977 pubblica un totale di cinquanta libri, vendendo 18 milioni di copie in tutto il mondo, di cui 7 milioni nel suo paese. Le sue opere si traducono in 19 lingue e vengono diffuse in 25 paesi.

La sua attività termina per sempre il 18 luglio 2019, mentre è ricoverato all’Ospedale Agostino Gemelli di Roma per una polmonite, poco prima di compiere 91 anni.

Fra i suoi testi ricordiamo: Così parlò Bellavista (1977), La Napoli di Bellavista (1979), Storia della filosofia greca. I presocratici (1983), Storia della filosofia greca. Da Socrate in poi (1986), Panta rei (1994), I pensieri di Bellavista (2005), Il caffe sospeso. Saggezza quotidiana in piccoli sorsi (2008), Tutti santi me compreso (2011), Fosse ‘a Madonna! (2012), Gesù è nato a Napoli (2013), Ti porterà fortuna. Guida insolita di Napoli (2014).

Fra i suoi film, in qualità di regista: Così parlò Bellavista (1984), Il mistero di Bellavista (1985), 32 dicembre (1987)

Quanto ho amato Luciano De Crescenzo e la sua napoletanità autentica, incantevole: la sua stessa voce, quando narrava aneddoti di vita o citava esempi filosofici, era musica, dolce e melodiosa.

Vi furono momenti cruciali per il paese, nei quali la democrazia venne messa in pericolo da un malinteso senso di giustizia; allora, mentre quasi tutti parteggiavano, supinamente, per chi conduceva una personale guerra populista contro chi rappresentava alcune istituzioni, De Crescenzo si distinse come voce fuori dal coro, esprimendo pareri discordi e critici.

Era legatissimo alla sua città e lui stesso si definiva, da vero partenopeo, “uomo d’amore”, descrivendo Napoli in tutte le sue sfaccettature, anche problematiche, senza dare a queste colori eccessivi o drammatici: “est modus in rebus”, si sarebbe potuto definire il suo approccio con le persone e le cose, citando la filosofia antica a lui cara.

Sapeva spiegare l’uomo e i suoi sentimenti, il professor Bellavista, che ormai era divenuto il suo alter-ego, e che riusciva a catturare l’attenzione di tutti con la sua affabilità, il suo riguardo verso l’interlocutore.

Rimarranno per sempre, nella memoria dei Meridionali, e non solo, le scene significative della quotidianità napoletana, da lui cristallizzate in immagini e narrazioni e raccolte nei suoi libri; rimarranno per sempre alcuni suoi dialoghi, tratti dai suoi libri e dai suoi film, alcuni personaggi che hanno saputo incarnare Napoli ed il suo spirito eterno, pieno di umanità.

(I diritti dell’immagine appartengono all’autore)

 

 

La giusta misura di Pino Caruso

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Qualche settimana fa avevo preso l’abitudine di guardare ogni sera, in rete, il film “Il Ficcanaso”, una crime story dai toni comici e grotteschi diretta da Bruno Corbucci nel 1980: tutta la storia si incentra sulla figura inconfondibile di Pippo Franco, affiancato da un attore altrettanto talentuoso: Pino Caruso, che aveva condiviso con Pippo Franco l’esperienza presso il teatro-cabaret “Il Bagaglino”, di Roma. Insieme, Pippo Franco e Pino Caruso, costituiscono un duo dalla vis comica irresistibile, avvincente: una alchimia che si poteva creare, ovviamente, solo con loro, perché avevano un modo di recitare complementare, l’uno andando a riempire, con naturalezza, gli spazi dell’altro. Lo guardavo, e lo riguarderò ancora, perché mi sembra un piccolo capolavoro di umorismo misto a un thriller, dal carattere nostrano, che fa apprezzare un prodotto artigianale ben fatto, di qualità, del tutto diverso dai fragorosi blockbuster attuali, tutto fumo e niente arrosto.

Pino Caruso nasce a Palermo, il 12 ottobre 1934. Egli debutta in teatro nella sua città natale, nel 1957.

Nel 1965 Caruso si trasferisce a Roma – città nella quale rimarrà per sempre, da allora in poi –  per far parte della compagnia teatrale del celebre “Bagaglino”: qui inizia a fare il cabaret, un genere che gli piace da subito e che gli è congeniale, tanto che non lo abbandonerà più, pur diversificando la sua professione con altre tipologie di attività.

Presto Pino Caruso acquisisce una certa notorietà presso il grande pubblico partecipando a vari programmi di intrattenimento televisivo sulla RAI; fra questi ricordiamo: “Che domenica amici” (1968) “Gli amici della Domenica” (1970), “Teatro 10” (1971) “Dove sta Zazà” (1973) “Mazzabubù” (1975), “Due come noi” (1979).

Dal 1979 al 1989 Pino Caruso diviene il segretario del sindacato attori italiani, ruolo che ricopre gratuitamente, dedicandovisi a fondo, per favorire le istanze della sua categoria.

Negli anni successivi presta attivamente la sua opera, con varie iniziative ed eventi importanti, per rilanciare le attività culturali nella sua città, Palermo.

Dal 1976 l’attore collabora regolarmente come editorialista con giornali e riviste quali Il Mattino, Il Messaggero, Paese Sera, L’Avanti, Il Tempo, La Sicilia. È anche autore di molti testi che riscuotono un notevole successo di critica: L’uomo comune (1987), Il silenzio dell’ultima notte (2009), Appartengo a una generazione che deve ancora nascere (2014), Il senso dell’umorismo è l’espressione più alta della serietà (2017), Se si scopre che sono onesto, nessuno si fiderà più di me (2017).

Durante la sua carriera Caruso prende parte a circa 30 film. Fra i titoli più significativi ricordiamo: La più bella coppia del mondo (1968), Quella piccola differenza (1970), Malizia (1973), La governante (1974), La donna della domenica (1975), Sedotto e violentato, un episodio del film corale Ride bene… chi ride ultimo (1977), che segna il suo debutto nella regia, Gegè Bellavita (1978), Il ficcanaso (1980), Scugnizzi (1989), Per quel viaggio in Sicilia (1991), La strategia della maschera (1998), La matassa (2009), Abbraccialo per me (2016).

Pino Caruso si congeda, per sempre, dal suo pubblico il 7 marzo del 2019, dopo una lunga e debilitante malattia, all’età di 84 anni.

Era un uomo molto colto, Caruso: di se stesso amava dire “Ho una ignoranza enciclopedica”, ma in realtà era una persona davvero erudita e raffinata, come solo un siciliano può essere. La sua intelligenza, la sua sensibilità, del resto, è stata dimostrata dai tanti libri da lui scritti ed anche dai testi teatrali da lui curati ed interpretati: da questi traspare il suo interesse per il sociale, per le problematiche più cruciali del momento, come quando scrisse, nel 1985, la sceneggiatura per il film TV “Lei è colpevole, si fidi!”. “Lei è colpevole, si fidi!” prendeva, certo, spunto dalla tragica vicenda giudiziaria in cui fu coinvolto il presentatore Enzo Tortora, accusato di colpe che non aveva commesse e preso in un ingranaggio kafkiano di mala-giustizia; tuttavia Caruso si rifece a quella dolorosa circostanza solo come punto di partenza, poiché altri casi, meno noti, si susseguivano, e tuttora si susseguono, in un paese che ha un sistema giudiziario farraginoso e che non da nessuna garanzia al cittadino che i suoi diritti siano rispettati.

Come attore il suo tono stilistico era senz’altro il garbo, l’eleganza, la discrezione. Anche quando interpretava parti tutt’altro che tranquille Caruso riusciva ad essere misurato, equilibrato: ed era questo che mi attirava tanto nella sua recitazione: quel suo aplomb inconfondibile, quella classe naturale e semplice.

Ho sempre sognato di poter sedere con lui ad un tavolino di un bar, in Sicilia, di fronte ad una ottima granita di caffè o di limone per poter parlare, per poter condividere con lui la sua visione lucida e impietosa della vita; una visione non certo benevola, ma vista attraverso i suoi occhi profondi, sereni, che sapevano dare ad ogni fatto la giusta collocazione, la giusta misura. La giusta misura che Pino Caruso riusciva a scoprire per ogni cosa, avendo la capacità di trasmetterla agli altri con la sua signorilità e la sua leggerezza.

“Passi d’Amore”: dare un significato diverso alla vita ed alle sofferenze che può darci

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Una serata caratterizzata da un incanto particolare e da momenti suggestivi quella di ieri, 24 maggio, al Teatro Orfeo di Taranto. La prima di “Passi d’Amore”, cortometraggio ideato, realizzato e diretto da Fabio Matacchiera per il Fondo Antidiossina di Taranto, è stato il nucleo centrale intorno al quale si sono affacciate e dipanate tematiche diverse.

Il film di Fabio Matacchiera racconta la storia, dolce e drammatica, di Alice, una giovanissima il cui sogno è quello di essere una ballerina; il destino le riserva, però, un inaspettato e doloroso cambiamento: è un incidente, che la priverà per sempre dell’uso delle gambe. Alice si troverà a vivere questo momento critico della sua vita circondata dall’amore dei suoi cari, dei suoi amici, di chi le vuole bene: non sarà sola, e questo è importante per riuscire a superare le avversità. Saprà farcela. Saprà sconfiggere il dolore. Saprà trovare, dentro di sé, la forza necessaria per continuare a sognare.

Questa storia non è, come si vede, solo una storia intensa, che parla di disabilità e di come affrontarla: questa storia parla di coraggio, di fermezza, di anima che sa essere pronta a tutto.

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Ecco perché, sul palco, ieri sera, si sono intervallate altre vicende, altre testimonianze di persone che, come Alice, hanno saputo far fronte ad una sorte che li ha messi alla prova.

È stato così per Massimo Chiappetta, anche lui tarantino di nascita, ex carabiniere che, a motivo di un incidente, avvenuto nel 2008, ha perso entrambe le gambe. Ieri Massimo ha parlato di come la sua esistenza sia cambiata da quel giorno, e di come, praticando tanti sport, come lo handbike, sia riuscito a guadagnare medaglie e riconoscimenti mondiali.

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Un altro giovane, grande atleta, che ho avuto il piacere di conoscere di persona, ieri sera, e che ha parlato di come la subacquea abbia cambiato il suo approccio col mondo, è stato Gabriele Tavolaro. Gabriele ha 13 anni, ma ha cominciato a praticare la subacquea a 12 anni. Era accompagnato dal suo istruttore, Paolo Laganaro, che opera presso il Centro Disabled Divers International, dove i giovani disabili che hanno il desiderio di praticare questo sport possono farlo, e crescere anche. Crescere come è successo a Gabriele, che sta dimostrando tanta abilità e capacità ammirevoli.

L’evento voluto da Fabio Matacchiera era finalizzato all’acquisto di mezzi per i disabili; e poiché si parlava di medicina non sono mancati medici e specialisti, i quali hanno portato il loro contributo di conoscenza ed esperienza.

La protagonista amava la danza e a completare il programma vi erano gli allievi delle scuole di ballo che hanno partecipato alla realizzazione del cortometraggio: la Ballet Gallery e la Scuola Brescia, della celebre ballerina Rossella Brescia, anche lei presente a questa prima.

Tanto avvincente, con un senso di infinita leggerezza, l’esibizione della giovanissima e bravissima danzatrice, interprete del film, Fabiana Laneve, che con così tanta immedesimazione ha saputo dare  corpo e calore al personaggio di Alice.

Una circostanza così coinvolgente, toccante e speciale meritava una apertura consona: a questo ci ha pensato la Joe Black Production, di Giovanni Orlando, casa discografica indipendente di Taranto, che sta riscuotendo sempre più meritati successi nel mondo della musica. All’apertura del sipario, infatti, ho avuto la sorpresa gradita di rivedere una chitarrista che fa parte dei talenti curati dalla JBP: Palma Cosa. Palma, con le sue agili dita che si muovevano, libere ed esperte, sulla tastiera della sua chitarra, ha saputo far sbocciare i sentimenti giusti nell’uditorio: sentimenti e sensazioni che hanno, in seguito, caratterizzato tutto il tempo trascorso in compagnia delle varie anime di questo incontro all’insegna della solidarietà.

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Non ho dubbi che, a tutti coloro i quali hanno assistito alla premiere di “Passi d’Amore”, resterà per sempre un ricordo positivo di ciò che hanno visto: un ricordo che serva da monito ed ammaestramento, a guardare la disabilità con occhi diversi, a guardare il proprio cammino su questa terra con uno spirito diverso.

Giuseppe Di Vittorio, un uomo che servì solo i suoi ideali

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Giuseppe Di Vittorio è stata una figura simbolica per tutti i sindacalisti, ed anche uno dei leader più influenti del movimento operaio dopo la prima guerra mondiale: il suo profondo carisma lo ha reso il mito più popolare dei lavoratori di tutta Europa, a motivo delle sue attività politiche condotte anche in Francia ed in Spagna.

Di Vittorio nasce in un periodo di conflitti sociali, politici, internazionali, fra guerre e lotte per i diritti civili: soprattutto, si sentiva molto forte la questione meridionale nella penisola. Di Vittorio, di famiglia povera e contadina, inizia a lavorare nei campi da bambino, a seguito della prematura morte del padre: egli è autodidatta ed impara a leggere e scrivere da solo; comincia ad interessarsi dei diritti dei lavoratori a 12 anni e al principio le sue idee sono semplicemente sovversive, senza alcun colore politico; ben presto, però, egli aderisce al Partito Socialista ed a 15 anni è già fra gli organizzatori del Circolo giovanile socialista di Cerignola. Nel 1911 è a capo della Camera del Lavoro di Minervino Murge e, in seguito, anche di quella di Bari, difendendone vittoriosamente la sede dai fascisti. L’anno successivo Di Vittorio è fra i membri di spicco dell’Unione Sindacale Italiana.

Nel1924 avviene una scelta importante nella vita e nella carriera politica di Di Vittorio, il quale lascia il Partito Socialista per passare nelle file di quello Comunista, venendone eletto deputato.

L’anno successivo egli subisce una condanna a dodici anni di carcere dal tribunale penale del fascismo, ma fortunatamente trova rifugio in Francia, nazione nella quale, dopo essere stato in Unione Sovietica per alcuni anni, fa ritorno e si vede eleggere fra i dirigenti del PCI. Fu in quegli anni che nacquero i primi attriti fra Di Vittorio e la segreteria del PCI: la questione riguardava Stalin e la sua autorità, che il dirigente sindacale metteva in discussione, in merito a quelli che Stalin definiva “socialfascisti”; in pratica il capo dell’URSS definì i socialisti simili ai nazisti, in questo appoggiato dai comunisti italiani e dal loro direttivo, ma Di Vittorio protestò duramente contro questo giudizio che riteneva arbitrario ed ingiusto.

Negli anni della Guerra Civile Spagnola egli è fra coloro che giungono in quelle terre a dar manforte agli oppositori del dittatore Franco.

In seguito al suo arresto nel 1941, da parte delle autorità fasciste, egli viene liberato dal confino dai partigiani due anni dopo, unendosi alla Resistenza.

Alla fine della seconda guerra mondiale Di Vittorio è il segretario della CGIL, il sindacato del Partito Comunista.

Di Vittorio si distingue sempre per essere un personaggio fuori dagli schemi e, in occasione dell’invasione dell’Ungheria da parte dell’Unione Sovietica, egli si schiera a favore del popolo ungherese, contro le posizioni ufficiali del PCI.

Nel 1953, per i suoi tanti meriti, a Giuseppe Di Vittorio viene conferita la presidenza della Federazione Sindacale Mondiale, continuando la sua attività fino al suo ultimo giorno di vita, il 3 novembre del 1957. A rendergli l’ultimo saluto ci sono oltre tre milioni di persone, giunte a Roma da tutto il paese.

Giuseppe Di Vittorio ha saputo rappresentare un’epoca e degli ideali importantissimi; tuttavia ha anche saputo distinguersi per essere un uomo dalla personalità volitiva ed insofferente ad ogni imposizione, di qualsiasi natura essa fosse e da chiunque venisse. Egli era, e rimase per sempre, un uomo del Sud, un contadino fra i contadini, legato, per sempre, alla sua terra di origine.

(Le immagini sono proprietà dell’autore)

Io sono Mia, un omaggio dovuto a Mia Martini

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Questa sera la RAI trasmette la fiction “Io sono Mia”, che racconta, in chiave filmica, la vita della cantante calabrese Mia Martini.

Diciamo pure che questa scelta è un omaggio dovuto ad una grande, immensa artista ed interprete, che nella sua esistenza, a motivo di invidie e gelosie, ha dovuto subire molti attacchi e critiche inaccettabili-

La sua biografia vorrei dirla in poche righe essenziali, poiché conta molto di più ciò che era umanamente.

Mia Martini, all’anagrafe Domenica Bertè, nasce il 20 settembre 1947 a Bagnara Calabra.

Domenica Bertè esordisce negli anni sessanta con lo pseudonimo di Mimì Bertè, ma in ogni caso il primo successo per lei arriva negli anni ’70, con il nome d’arte di Mia Martini, interpretando Padre Davvero e Gesù è mio fratello. La scelta di Mia Martini si spiega col fatto che i suoi produttori avrebbero voluto proporla sul mercato internazionale con un nome che richiamasse inequivocabilmente il suo paese all’estero: il Martini, appunto, è il drink più noto nel mondo, mentre Mia è il nome dell’attrice Mia Farrow,  amatissima dalla cantante.

Nel 1972 Mia Martini vince il Festivalbar con Piccolo uomo e l’anno successivo con Minuetto, il cui testo è di Franco Califano, e nel 1975, con Donna sola.

Nel 1977 rappresenta il suo paese a Wembley (Londra), all’Eurovision Song Contest con la canzone Libera, che registra in italiano, francese, inglese e spagnolo. Più tardi, nel 1982, vince il primo premio della critica al Festival di Sanremo con E non Finisce mica il cielo, scritta da Ivano Fossati.

Gli anni ’80 segnano uno dei periodi più difficili della carriera di Mia Martini. La sua casa editrice, la DDD, dopo aver rilasciato l’album Mimi, nel 1981, e Quante Volte ho contato le stelle, nel 1982, tenta di far partecipare la cantante al Festival di Sanremo con un testo di Paolo Conte, Spaccami Il Cuore, che però non è accettato alle selezioni diventando un singolo (“Spaccami il cuore” e “Lucy“), in edizione limitata.

Mia Martini matura il progetto di ritirarsi dalle scene, ma nasce l’idea di organizzare un concerto. Le canzoni di questo repertorio vengono registrate in studio e il video diviene l’album Miei Compagni di viaggio, e comprendono le covers di alcuni brani di autori amati da Mia Martini: Leonard Cohen, John Lennon, Jimi Hendrix, Joni Mitchell, Randy Newman, Kate Bush, Luigi Tenco, Fabrizio de André, Francesco de Gregori, Chico Buarque de Hollanda, Vinicius de Moraes, Joan Manuel Serrat. Il concerto si conclude con il significativo Ed ora dico sul serio di Chico Buarque di Hollanda.

Molti sono gli amici che, in questa occasione come in altre, la omaggiano, partecipando come coristi nei suoi concerti: Claudio Pascoli, Maurizio Preti, Carlo Siliotto, Shel Shapiro, Giulio Capiozzo, sua sorella Loredana Bertè, Ivano Fossati, Cristiano De André, Guido Harari, Ezio Rosa, Aida Cooper, Riccardo Zappa, Antonio Panarello, Gilberto Martellieri, Franco Cesaretto, Mimi Gates, Ralf Gewald, Mark Harris, Piero Mannucci, Peter Brandt, Giorgio Cocilovo e Jurgen Kramer.

Torna, dopo un periodo di assenza, a cantare nel 1989, con Almeno tu nell’universo, brano scritto da Bruno Lauzi, con il quale vince di nuovo il premio della critica; riprende la sua carriera con altri album e partecipando al Festival di Sanremo con La nevicata del 56 scritta da Franco Califano, nel 1990.

Nel 1992 è seconda al Festival di Sanremo con Gli uomini non cambiano, di Giancarlo Bigazzi. Lo stesso anno partecipa nuovamente all’Eurovision Song Contest con Rapsodia, classificandosi al quarto posto su ventitré partecipanti.

La sua ultima partecipazione al Festival di Sanremo risale al 1993, in duetto con la sorella Loredana Bertè. La sua canzone E la vita racconta non viene selezionata per l’anno successivo. Tra le sue ultime canzoni, Viva l’amore, di Mimmo Cavallo, e Tutto sbagliato baby.

Il 12 maggio 1995 un fatale attacco di cuore priva per sempre il mondo di Mia Martini, una grande cantante, una grande interprete.

Da allora il premio della critica del Festival di Sanremo prende il suo nome, in onore della tre volte vincitrice di questo premio.

Ho già accennato al fatto che Mia Martini nella sua vita ha conosciuto più dolori che gioie: la sua infanzia con un padre severo ed autoritario che la soffoca psicologicamente, ed a cui poi dedica il brano Padre davvero, fino ad una gioventù caratterizzata da un difficile rapporto col mondo esterno, dalla sua estrema sensibilità, che poi ha trasposto nel modo in cui ha interpretato le sue canzoni.

Mia Martini era brava, troppo brava per il mondo pieno di approssimazione e finti meriti della canzone; per questo motivo si fece di tutto per metterla in cattiva luce, per discriminarla, per escluderla dal circuito canoro: vi erano troppi incapaci che Mia Martini rendeva invisibili con la sua bravura e che non la mandavano giù.

Proprio poco tempo fa Mimmo Cavallo, suo grande amico ed autore di molte sue canzoni, raccontò di uno sgradevole episodio nel quale una di queste false stelle di un falso firmamento di falsi cantanti reagì in maniera cattiva e inspiegabile al solo sentir nominare il nome di Mia Martini: questo “personaggio” è Patty Pravo, ossia Nicoletta Strambelli, che è arrivata ad essere ciò che è stata (e che non è più, perché ormai tramontata) solo con abili strategie discografiche.

A Mia Martini Francesco De Gregori dedica lo struggente brano La donna cannone, e poi anche Mimì sarà; per lei e per Roberto Murolo Enzo Gragnaniello scrive Cu ‘mme, una melodia napoletana che entra, con diritto, nella storia della musica partenopea.

Di Mia Martini ricorderò sempre l’anima che ci metteva nell’interpretare i suoi brani, dando tutta se stessa, laddove traspariva tutto il suo vissuto tormentato, la sua tristezza profonda, la sua rabbia.

Per tutti i suoi amici veri, da Renato Zero a Mimmo Cavallo, ella resterà sempre Mimì, la dolce, grande, indimenticabile Mimì, che ci regala ancora momenti stupendi ogni volta che la riascoltiamo cantare.